Pippo Aeroplano

Saliva sbraitando le scale che davano sulla terrazza. Era ubriaco. Agitava le braccia, imprecava, rideva, declamava, cantava a gran voce Il sol dell’avvenire recitandone le parole in un improbabile croato imparato durante l’occupazione in Albania.

Ero incredulo, quasi #sbigottito: esitavo a prendere per vera quella scena così sonora e inaspettata; e sul mio volto da ragazzo, probabilmente, stava appesa un’espressione che i fatti avevano trascinato tra il preoccupato e l’improvvisa turbata sorpresa.

Quell’uomo mi era diventato improvvisamente sconosciuto, come fosse uscito in un baleno dalla cerchia famigliare degli affetti, per diventare un jolly, un clown di quelli dal sorriso malizioso e inquietante. Mi incitava a seguirlo in un coro appassionato e mi arpionava le spalle con la foga di chi è preso dagli entusiasmi dell’alcool.

Poi la scena si squagliò, tra le urla di sua figlia e di sua moglie che lo redarguivano per quello che – a detta loro – era uno sconveniente spettacolo. E lui, Pippo Aeroplano – nome di battaglia del portalettere partigiano sulle colline del Lago d’Orta – sgranava gli occhi e il suo disprezzo con una risata arsa dalla sete. Si versava il vino. Ma credo che dentro le vene gli scorresse soltanto la malinconia di una lontana giovinezza.

Nella mia memoria, la cena, il terrazzo, la compagnia goliardica di mio nonno, mio padre che ride a crepapelle per quella improvvisazione teatrale degna della migliore commedia dell’arte, mi aiutano a tenere stretta la compagnia del ricordo. I confini di quell’istante, proprio come l’ebbrezza del vino, sono evaporati oltre il tempo. Ma Pippo Aeroplano vola alto nel cielo blu. Se sto bene attento, lo sento roboare, ridere di gusto per averci tratto, almeno un istante, fuori dall’inganno di una domenica come tante.

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