Cocktail Sarajevo

Ad Antonio e Aurelio, che mi hanno fatto scoprire l’arte della performance

Le immagini passavano mute sopra lo schermo. Ero #attonito. L’aria ricolma di silenzio gonfiava la sala buia del concorso. I volti cristallini dei presenti riflettevano i colori acri delle fotografie ancora cariche di guerra. Sarajevo era distrutta sotto i nostri occhi, con i visi sazi di sofferenza, tanto più che quegli angoli ritratti della città non ci comunicavano più alcun suono, nessuna voce.

Tutti noi, là dentro, non ci potevamo voltare altrove come in un giorno qualsiasi. I ragazzi che avevamo ospitato durante la gara erano usciti dal Paese con documenti falsi dopo mesi di trattative e telefonate. E avevamo appena ascoltato gli insegnanti testimoniare, dietro i volti giovani e protesi alla libertà, il crudele cammino dei mesi successivi al conflitto.

Nella sala buia, il mimo dei performer si agitava con un’apparente dolcezza. Sotto si nascondeva la cruda denuncia della nostra falsa, persino stupida innocenza. Fino a quando, quasi mossi da un diapason di umanità, i nostri respiri si fecero cristallini e vibranti, per quanto sconvolti dalla verità mostrata così brutalmente.

Ero #attonito: sbalordito, privato d’ogni possibile parola, stordito dal fragore dell’attesa. Di lì a un secondo tornarono le luci come per riportarci in vita da bombe invisibili sganciate sui nostri sentimenti. I sorrisi scrosciarono in un applauso, per un attimo tenuto sospeso. Occhi lucidi piangevano, per poi ritrarsi a poco a poco dentro le nostre singole individuali intimità, tuttora meravigliate per quell’evento.

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