La mia giovinezza è stata alimentata da una spiritualità inquieta. Non sapevo dire se alcuni fatti della mia vita – quelli cui tenevo di più, come le vicende d’amore – fossero la conferma di un ordine provvidenziale; oppure se li dovessi considerare avvenimenti casuali. Mi affascinavano le «coincidenze significative»: quegli eventi che sembrano nascondere in sé qualcosa di magico e suggerire che nulla accade senza una ragione, fosse pure sconosciuta.

Più tardi avrei scoperto che a quelle coincidenze significative, lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung aveva dato il nome di sincronicità. Gli eventi non accadono solo secondo relazioni di causa-effetto, cioè l’uno dopo l’altro nella stessa porzione di spazio; ma nello stesso tempo in luoghi diversi tra loro. Per esempio, se ordino un abito blu e il negozio mi consegna un abito nero proprio nel giorno in cui subisco un lutto, quella è sincronicità. Un nesso di significato che va oltre la realtà tangibile delle cose. Accanto ai tre elementi dell’esperienza (spazio, tempo, causa-effetto), la sincronicità emerge come il «quarto escluso»: una realtà presente ma nascosta agli occhi; uno strato sottile da ricercare e da portare alla luce.

Con il passare degli anni, ho iniziato a immaginarmi che la vita fosse una rete. Di più: che la rete sia la metafora in cui si incarna lo spirito del nostro tempo. Disseminati tra una serie di percorsi potenzialmente infiniti, alcuni eventi sembrano essere necessari, come se fossero nodi indispensabili alla rete stessa. E non tanto per il fatto che essi siano destinati ad accadere. Ma piuttosto perché, accadendo, rivelano quello che siamo: talenti e mancanze, desideri e bisogni; la nostra natura determinata dalla biologia, dalla cultura, dall’educazione; e dalle stesse esperienze che, divenendo, ridisegnano a ogni istante la struttura che ci descrive.

Per questa ragione, gettate le reti nel mare tumultuoso dell’esistenza, non è tanto il pescato a dover attirare la nostra attenzione – i fatti in quanto tali – ma la rete stessa. Poiché in essa si trovano le ragioni per le quali guardiamo e viviamo il mondo. Non è una novità: «conosci te stesso» – il più antico precetto della filosofia – è un invito a individuare i nodi essenziali della nostra identità. Un invito, per dirla altrimenti, a non farsi abbindolare dal mutevole e ingannevole rumore delle chiacchiere che scompigliano le nostre giornate.

Usiamo saggiamente, come strumento di scoperta e di liberazione, la rete esistenziale che ci sottende. Con tutta la sua varietà di intrecci e di relazioni: tra noi e noi; tra noi e gli altri; tra noi e il mondo. Dicevo, usiamola saggiamente, anziché rimanerne impigliati come pesci destinati a servire una mensa, ricca sì; ma nella quale sono altri a godersi il gusto delle nostre fatiche.

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