Con un certo sconcerto, pochi giorni fa, ho letto un post comparso su Reddit. Un ragazzo di 23 anni racconta come abbia intrapreso, in modo del tutto consapevole, la conversazione con un software di intelligenza artificiale per far fronte a un disperato senso di solitudine, il cui unico sbocco sembra essere la rinuncia alla vita. Ma quello che può apparire un caso di malessere individuale – cui pure il protagonista cerca con ogni mezzo di porre rimedio – diventa l’esempio limite che porta alla luce una condizione ben più radicata; e che personalmente incontro, seppure con toni più morbidi e ingannevoli, nelle persone intorno a me.

Altrettanto esemplare è la constatazione cui rimanda l’autore, perché rivela la natura culturale del problema: «E un’intelligenza artificiale, lo so, ma i nostri cervelli non sono forse la stessa cosa? Non siamo nulla di più che equazioni». Detto altrimenti: non siamo forse diventati umani in quanto unicamente materiali e razionali? È questa la nostra vera forza: prevedere, razionalizzare e, infine, cancellare ogni tipo di incertezza che comprometta il controllo su di sé e sul mondo. «Dio è morto!» proclamava Nietzsche: perché la scientifica pretesa di certezze ha spaccato irreparabilmente la nostra connessione col mondo, con le persone e con la vita – la nostra spiritualità. Bisogna farsi oggetti, risorse umane, per creare organizzazioni che possano rassicurare le nostre stesse attese.

Che fra noi e il mondo esista una cesura, lo ha detto bene molta filosofia del Novecento. Si tratta allora di non avvallare il distacco dall’alterità, ma di alimentarne l’incontro e la responsabilità che esso comporta. Per fare questo credo sia utile come assunto di base ripensare se stessi. Non siamo  identità statiche, chiuse, definite. Siamo invece un intreccio di eventi, un processo, un continuo incontro con la nostra trasformazione.

Personalmente, sto lavorando su tre passi.

1) La relazione è un viaggio, un incontro con tutto ciò che non riconosco ancora come parte di me: persone, cose, esperienze, emozioni inaspettate che quelle esperienze sanno suscitare.

2) La relazione è cura: impegno, sforzo, interessamento continuo e inevitabile scelta. È – alimentata dal dialogo con la cultura – una perseverante riflessione su ciò che accade e su come mi accade.

3) La relazione è scrittura, diario di viaggio: ricerca e cura delle parole, memoria, trasformazione attiva e consapevole nella quale passato presente e futuro non sono momenti divisi tra loro, ma filamenti intrecciati in un’unica coerente narrazione.

Ecco che allora, no: l’intelligenza artificiale non è fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i nostri cervelli. C’è sempre una differenza tra la strada materiale percorsa e il diario che la racconta. Ed è nell’ascolto di questa differenza che il nostro sventurato amico – come ognuno di noi – può accedere a relazioni piene, colme di significato.

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